Don Giulio Gatteri

il Nono parroco (1993 – 2013)

SALUTO DI DON GIULIO AI PARROCCHIANI DI SAN SEBASTIANO

Quando leggerete queste mie sarò già entrato davanti a Dio, sperando che nel giudizio non vada troppo per il sottile.

Il pensiero della morte mi è stato familiare anche se, per naturale timore, ho cercato di trovare le scappatoie per evitarla.

Nel canto “Dies irae” c’è questa frase che mi ha fatto riflettere:”Quaerens, sedisti lassus” “Per la fatica di cercarmi hai dovuto sederti stanco”. Allora ho fissato nella mia mente la frase:”Se tu sei con me Signore non temo alcun male” e mi sono affidato a Lui.

Sono sacerdote da tanti anni e ancora oggi contento di esserlo, anche se nella vita non è mancato qualche sbaglio, per cui devo affidarmi alla misericordia di Dio e inoltre chiedere scusa a quanti sono stato di cattivo esempio.

Ho esercitato il mio ministero come parroco in Valle Sabbia per tanti anni a Gazzane di Preseglie e in altre parrocchie, poi il Vescovo mi ha mandato a Lumezzane. Qui mi sono sforzato di inserirmi in questa nuova realtà facendomi lumezzanese tra lumezzanesi, e ritengo di esserci riuscito.

Ho fatto quel che ho potuto,avendo la comprensione di molti. Ora rientro fra i miei cari e i tanti fedeli che mi hanno preceduto con la fiducia che il Signore mi accolga e di poter ancora farmi portatore delle vostre richieste.

Solo vi chiedo, andando al Cimitero a trovare i vostri cari, un “l’eterno riposo” anche per don Giulio, che poteva fare di più, ma che vi ha voluto bene.

            In fede

                                                                                      don Giulio Gatteri

don Giulio Gatteri; nato a Borgo San Giacomo il 15.5.1938;

ordinato a Brescia il 29.6.1963;

vic. coop. Poncarale (1963-1968);

vic. coop. Odolo (1968-1977);

supplente Clibbio (1980-1982);

parroco Gazzane (1968-1993);

parroco Binzago (1992-1993);

parroco Lumezzane S.Sebastiano (1993-2013);

deceduto a Lumezzane S.Sebastiano il 10.4.2013;

funerato e sepolto in Lumezzane S.Sebastiano il 13.4.2013

Don Giulio, ritratto sopra le righe. Testimonianza di don Lorenzo Boldrini

La fredda maschera della morte ce lo consegna dimagrito, col volto scavato, gli occhi per sempre chiusi. Ritorno con la mente al nostro primo incontro. Era una bella mattina di luglio, tersa. Prendo la Vespa nuova di pacca e via verso Lumezzane san Sebastiano dove sono stato appena destinato. Seguo le indicazioni mentre il paese mi viene incontro grande oltre misura. Curva dopo curva, arrivo di lato alla grande Parrocchiale. Ecco la villetta della canonica, alla finestra aperta dello studio si affaccia don Italo che mi invita a salire. Entro, vado verso lo studio, la porta si apre e don Italo mi invita a sedere. Di fronte in camicia bianca a mezze maniche don Giulio sta telefonando. Ogni tanto uno sguardo furtivo mentre la telefonata continua. Parlo con don Italo, don Renato è al mare in colonia, mi dice, iniziamo a parlare dell’Oratorio. Finalmente finisce la telefonata, don Giulio riattacca la cornetta e da dietro gli occhiali due occhietti curiosi mi scrutano, si alza, mi tende la mano: “ta fae mia ise bondant” mi dice sornione. Così don Giulio è entrato nella mia vita. Per sette anni mio parroco. Penso ad un fatto strano, ho avuto tre parroci, due a Rezzato e uno a San Sebastiano, e sono già tutti morti. Se ci avesse pensato don Giulio mi avrebbe guardato male: in lui convivevano infatti molti opposti, era un uomo razionale, persino scettico, ma anche molto superstizioso, e un fatto del genere l’avrebbe inquietato non poco. Apparentemente freddo e distaccato aveva grandi slanci di altruismo. Inequivocabilmente furbo e scaltro convivevano in lui tratti irrazionalmente romantici. Amava i Padri della Chiesa ma non condivideva il loro afflato mistico, infatti era piuttosto interessato alle piccole espressioni di arguzia e di saggezza.  Forte del buon senso non disdegnava considerazioni taglienti di anticonformismo. Un conservatore con vene rivoluzionarie. Un solitario che pianificava l’attività della parrocchia come un direttore d’azienda (forse per non essere da meno ai “suoi” industriali?) ma che poi espresse una sorprendente anima proletaria assumendo il ruolo di “sacrista vacante”, per il piacere di fare qualcosa di concreto. Un uomo semplice che amava il potere. Uno che quando si toglieva la tonaca smetteva di essere prete. Del resto la pastorale lui l’aveva da sempre appaltata ai curati, preferendo l’aspetto amministrativo, l’aspetto edificativo, le relazioni importanti ma soprattutto la caccia. Non era quello che si vuol dire “un compagnone” ma amava in alcuni momenti stare in compagnia e li ritagliava con una certa attenzione. Difficilmente dava a far intendere il suo vero pensiero, amava stanare quello altrui e solo poi esporre il suo, semmai. Non è mai stato interessato a cariche e riconoscimenti, ma se arrivavano non li disdegnava. Nella tranquillità di Gazzane aveva scoperto due passioni, lo studio (si era laureato in filosofia, ma non era un pensatore, più uno storico del pensiero, e aveva insegnato parecchio e perfino fatto il preside) e la rappresentanza: si era scoperto Vicario Zonale e la cosa non gli dispiacque nemmeno a Lumezzane. Ha svolto anche incarichi diocesani: compilatore della sezione patristica dei ritiri del clero, predicatore ai medesimi e membro del Consiglio Economico Diocesano. Erano i suoi passatempi preferiti. Ma la sua vera passione l’ha incontrata a Lumezzane: la Colonia di Igea Marina. L’ha subito sentita “cosa sua” vi si è appassionato, non ha dormito per pensare a come trasformarla, la sua mente correva sempre la fino a che è arrivato il momento di realizzare i sogni. E la cosa è coincisa proprio col mio arrivo. Si era informato su di me e quel giorno stesso, finita la riunione con don Italo, mi fermò nello studio. Aveva saputo che ero geometra. Mi disse che dopo l’ingresso sarei subito andato a Igea a vedere la Colonia. “Mi serve il tuo parere sul da farsi”. E così un paio di mesi dopo ci andai e relazionai: la sua idea di sistemarne un pezzo era impraticabile semplicemente perché la Colonia  non aveva fondamenta. La soluzione migliore era abbatterla e ricostruirla nuova. I suoi occhietti brillarono felici, proprio quello che voleva. Purtroppo la mia indole razionale mi portò a prospettare un’altra soluzione: vendere tutto e comprarne una vicina, più grande, già a norma, con una spiaggia tripla a costi zero: due ritocchini qua e la et voilá! Non l’avessi mai detto, diventò una belva. Si infurió, gridó a più non posso diventando rosso. Non c’era razionalità nella sua scelta, semplicemente voleva farla su lui. Ho assecondato questo suo desiderio cercando di seguire il progetto e la costruzione togliendo i difetti più evidenti perché capivo che quello era il suo sogno, e così è stato. Sono stati sette anni belli, il nostro rapporto era strano, lo sentivo un po’ come padre, gli ho sempre voluto un bene dell’anima, ma le cose che non andavano, non gliele mandavo a dire. E come si arrabbiava! ogni tanto si gridava anche. Poi per qualche giorno mi schivava e allora dovevo ricucire. Don Renato e don GianLuca e il diacono Tarcisio mi sono stati di grande aiuto in questo, a vincere il mio orgoglio… e il suo! Quando c’era da metterci la faccia non si tirava indietro, aveva a cuore la primazia di San Sebastiano, centro pulsante di Lumezzane e tra gli altri parroci non si sentiva assolutamente “pares” ma piuttosto “major”. La sua indole di giocatore d’azzardo la espresse bene nella faccenda del progetto “ex Teorema” dove da un giorno all’altro cambiò idea, buttò all’aria il tavolo e si mise in rotta di collisione con l’Amministrazione Comunale che fino ad allora aveva assecondato. E tutto per uno scrupolo: non essere ricordato come il parroco che aveva affossato l’Oratorio costringendolo tra palazzi. Anche qui la soluzione razionale c’era, vendere tutto e costruire l’Oratorio in zona più opportuna, ma la sua indole sentimentale e romantica ebbe la meglio. A lui e alla sua opera San Sebastiano deve molto: tutte le strutture sono state recuperate con uno sforzo finanziario enorme: il recupero della Chiesa Vecchia, che lui amava moltissimo e in cui quando poteva si rifugiava, la ristrutturazione della Chiesa Nuova, che diresse con grande sagacia supportato da un ottimo comitato, la ristrutturazione dell’Oratorio, lunga e tormentata e della Casa della Giovane di cui andava fiero, oltre naturalmente alla Colonia. Con le realtà pastorali ebbe un atteggiamento più defilato, preferiva lasciarle all’attenzione dei curati. Alcune scelte le sbagliò in pieno, come la cessazione della presenza delle suore a San Sebastiano o la collaborazione con le altre Parrocchie, in cui non credeva. La predicazione non lo attirava più di tanto, spesso si limitava a svolgere il compitino. Ma era soprattutto nelle omelie funebri che andava in crisi: la fede non riusciva a placare il suo innato scetticismo, ed era raro sentire dalla sua bocca parole di conforto o di speranza. E quando le frasi di circostanza non bastavano si vedeva come fosse tormentato egli stesso dal non riuscire a trasmettere conforto. Per fortuna c’erano le feste, a due appuntamenti in particolare ci teneva: la festa patronale e la settimana mariana. Qui era terreno suo e profondeva il meglio di se stesso. Ma la Festa Patronale era la sua spina nel fianco. Ogni anno eravamo alle solite, si agitava sulla poltrona all’incontro del lunedì: tutte le parrocchie avevano la loro bella sagra patronale, perfino Gazzolo attirava migliaia di persone e San Sebastiano niente. Una  concelebrazione a “San Bascianì”, un pranzo qua e là con i preti e il concerto della banda. E stop! Di mio avevo già fin troppo a cui pensare e nicchiavo. Poi, spinto dalle insistenze dei giovani, mi decisi: potremmo organizzare una festa in Oratorio, una settimana, il tendone, il Cantalume, pranzi e cene…ad ogni parola il suo volto si illuminava, come un bambino che scarta il regalo tanto sognato. Finalmente anche lui aveva la sua bella sagra! Fu un successo, e ogni sera non mancò di essere presente, beato tra la folla. Sette anni intensissimi non si possono riassumere, mille e mille episodi e situazioni mi si affacciano alla mente, molti personali da tenere segreti dentro, altri che non posso dire per non abusare della pazienza del lettore. Al di la dello stereotipo ho cercato di descrivervi l’uomo, il prete, il pastore che ha sempre sentito forte il legame col suo gregge, ma non fino al punto di prenderne l’odore… la sua indole solitaria lo portava ai capanni, ai “rocoi”, col fucile spianato e con l’occhietto acuto e concentrato. “Don Giulio, una volta gli dissi, se dovessi aspettare i suoi uccelli non ne faremmo più di spiedi in Oratorio”. Mi sorrise beffardo: “aspetta e spera” disse. Aspetto ancora. Ma non ci spero più. Addio caro don Giulio, e arrivederci lassù. Avevi una paura matta di morire ma ti sei fatto forte e hai affrontato la morte a viso aperto, la tua fede ti ha sostenuto e aiutato. Hai vinto tu.

P.s. Ma la licenza di caccia è valida anche in paradiso? Perché potrei continuare a sperare…

Don Lorenzo Boldrini